Forum Indipendente Biciclette Elettriche, Pieghevoli e Utility

Forum Indipendente Biciclette Elettriche, Pieghevoli e Utility
[ Home | Registrati | Discussioni Attive | Discussioni Recenti | Segnalibro | Msg privati | Sondaggi Attivi | Utenti | Album Fotografico | Download | Links | FAQ |Ricerca Avanzata | le biciclette provate da noi ] mago job
Ultime novità: * per evitare lo spam, l'iscrizione attende l'approvazione degli Amministratori, un po' di pazienza per favore

attenzione che la mail automatica di conferma iscrizione non sempre funziona, provare ad accedere lo stesso o scrivere in amministrazione

* per comunicazioni scrivere a postmaster@jobike.it o contattare uno degli amministratori (job o pixbuster)

* qui tutti i modelli testati da noi a confronto

Nome Utente:
Password:
Salva Password
Password Dimenticata?

 Tutti i Forum
 Discussioni
 PEDELECafè
 Chiedo il permesso: pubblicazione libro a puntate
 Nuova Discussione  Rispondi
 Versione Stampabile Bookmark this Topic Aggiungi Segnalibro
I seguenti utenti stanno leggendo questo Forum Qui c'è:
Autore  Discussione Discussione Successiva  

andrea 104KG
Utente Master


Marche


15279 Messaggi

Inserito il - 03/11/2026 : 23:40:07  Mostra Profilo Invia a andrea 104KG un Messaggio Privato  Rispondi Quotando
Come sapete ogni tanto scrivo dei libri di dubbia qualità , è un mio divertimento.
Visto che si avvicina l'inverno chiedo il permesso di pubblicare a puntate quello che scrivo.
Ve lo confesso : questa volta mi farò aiutare dall'intelligenza artificiale.
Non che sia facile, è Bravissima a scrivere ma non ha tenere il filo di un libro e ci vuole più tempo per fargli capire cosa voglio che a scriverlo di sana pianta.
2 avvertimenti: 1 sarà lungo quindi non so se occupa troppo spazio. 2 Non prometto che lo finirò, dipende dal tempo a disposizione e dall'interesse che susciterà .

Comunque il titolo dovrebbe essere "L'immortale" o qualcosa di simile
Infine tutto quello che leggerete potrebbe cambiare (ma non molto) in sede di revisione.
Nell'attesa di un permesso o un diniego mi prendo la libertà di allegare il primo capitolo :-)

Capitolo 1:
Basilea, 24 giugno 1527. Giorno di San Giovanni.
L’aria nel cortile dell'Università di Basilea vibrava di eccitazione mista a paura. La folla degli studenti — troppi per quel quadrato di terra battuta — premeva verso il centro, dove una pira di legna secca attendeva, sembrava un altare profano. Il cielo aveva il colore di una lastra di piombo, grigio, uniforme, per effetto dell’umidità del Reno in estate.
Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim — che tutti chiamavano Paracelso, stava sul gradino più alto della scala della biblioteca. Non somigliava a un professore. Tarchiato, il volto paonazzo come se avesse bevuto troppo o respirato vapori nocivi, gli occhi di un azzurro così chiaro da sembrare ciechi nella luce grigia. Indossava una veste da laboratorio macchiata di sali, non la toga nera dei colleghi. Sembrava un fabbro, un ubriaco, un pazzo.
«Guardateli!»
La voce spezzò il brusio come una scure. I presenti si zittirono, improvvisamente consapevoli di assistere a qualcosa che avrebbero ricordato, o di cui si sarebbero vergognati.
Paracelso sollevò un tomo del Canon di Avicenna. Il libro pesava come un mattone, rilegato in pelle di vitello conciata con escrementi di cane e calce, le pagine di pergamena pesanti e contorte. Lo tenne in alto, mostrando la doratura consumata, i margini annotati da generazioni di medici che non avevano mai aperto un cadavere.
«Questo» disse, e la parola fu uno sputo, «questo è il vostro dio. Mille pagine di urine e di polsi, di umori neri e di bile. Mille pagine di menzogne, copiate da uomini che non hanno mai visto un cuore battere!»
Lanciò il libro nella pira.
Il tonfo fu sordo, poi il crepitio. Le fiamme trovarono l'inchiostro, la colla di pesce, la pelle. Un odore dolciastro, quasi di cibo bruciato, si diffuse nel cortile. Qualcuno rise, nervoso. Qualcuno pregò.
«Per secoli» continuò Paracelso, e ora la voce era più bassa, quasi intima, «vi hanno insegnato che la guarigione risiede nelle parole di uomini morti mille anni fa. Che il corpo è un equilibrio di umori. Che la febbre si cura con il sangue, che la pazzia con la fuga.» Fece una pausa, raccolse un altro volume, questo più leggero, un Consilia di Gentile da Foligno. «Mentono. L'uomo non è un barile di liquidi. L'uomo è un'officina alchemica, un microcosmo di stelle e sali! La malattia non è scompenso: è un parassita, un veleno, un demone da cacciare con il fuoco, con il mercurio, con l'antimonio!»
Il Consilia seguì il primo. Poi un Liber Pantegni, pesante come un neonato. Poi i Commentari di Mondino de' Liuzzi, il maestro di Bologna, il padre dell'anatomia che non si era mai sporcato le mani.
Gli studenti esplosero. Alcuni gridarono, scandalizzati. Altri — i più giovani, quelli che non avevano ancora investito anni nelle parole dei morti — si avvicinarono alla pira, lanciarono i propri appunti, i propri quaderni, le copie manoscritte che avevano pagato con mesi di lavoro. Danzarono attorno alle fiamme, ubriachi di qualcosa che non era vino: l'illusione di assistere a una nuova alba, di essere presenti alla nascita di un mondo.
Dalle finestre alte del palazzo universitario si intravedevano delle sagome immobili.
Erano cinque, forse sei. Avvolti nelle toghe nere, con le berrette quadrate che li facevano sembrare corvi appollaiati su un filo. Non gridavano, non si segnavano. Il loro silenzio era più terribile di qualsiasi invettiva.
Il più vecchio, Otto von Geroldseck, decano della facoltà di medicina, strinse le dita sul davanzale di pietra fino a far sbiancare le nocche. Sentiva il calore del fuoco anche da lontano, o forse era solo la febbre dell'odio. Quell'uomo — quel fabbro, quel buffone, quel tedesco — stava dando fuoco a secoli di sapere. Stava riducendo in cenere l'autorità della facoltà, la gerarchia che faceva di lui, von Geroldseck, un principe della scienza.
«Eretico» mormorò. La parola era un sasso, priva di inflessione. «Stregone.»
Accanto a lui, un giovane professore si segnò, tremante. «Dobbiamo fermarlo, magnificenza. Chiamare le guardie, il vescovo...»
«No.» Von Geroldseck non si voltò. Osservava il fuoco, le ombre danzanti, la folla in delirio. «Oggi è un pazzo che brucia libri. Domani sarà un martire che brucia per le sue falsità. Lasciatelo fare. Lasciate che si consumi da solo.» Ma le sue dita continuarono a stringere la pietra, e nessuno vide il sangue che gli uscì dalle unghie.
Ai margini del cortile, sotto il porticato ad arco dove le colonne di pietra mangiata dall'umidità creavano nicchie di oscurità, un uomo osservava.
La sua eleganza era un insulto al luogo. Farsetto di velluto nero con ricami d'oro che catturavano le scintille del fuoco, cappa foderata di lince, perfetta come se fosse stata cacciata ieri —, cappello a tesa larga che ombreggiava un volto di una pallidezza innaturale. Non aveva un’età individuabile: né giovane né vecchio, in quella zona indefinibile che precede la ruga ma segue la freschezza.
Non gridava. Non si muoveva. La sua calma era di una qualità strana, quasi geometrica, come se avesse calcolato la posizione esatta delle fiamme, l'angolo di dispersione della folla, il tempo residuo della pira.
Osservava Paracelso.
Non il fuoco, non i libri, non gli studenti in delirio. L'uomo. Il modo in cui si muoveva, incredibilmente rapido per la sua stazza. Il modo in cui la saliva gli schiumava agli angoli della bocca quando gridava. Il modo in cui, nei rari istanti di pausa, i suoi occhi azzurri cercavano qualcosa nell'aria — una conferma, un segno, una verità che gli altri non vedevano.
Lo straniero accennò un sorriso. Impercettibile, più una contrazione dei muscoli che un'espressione di gioia.
Ha ragione, pensò. E per questo è condannato.
Conosceva quella condanna. L'aveva vista altre volte, in altri secoli, in uomini che avevano guardato troppo lontano rispetto al loro tempo. La verità non premia chi la pronuncia: lo consuma. Paracelso bruciava i libri dei morti, ma il fuoco che aveva acceso avrebbe finito per bruciare lui.
A pochi passi dalla pira, appoggiato a un pilastro, c'era Johann.
Aveva diciannove anni, forse venti. Non lo sapeva con precisione: nato in una fattoria del Tirolo, registrato tardi, contato male. Non importava. Lui misurava altro: le opportunità, i vantaggi, le conoscenze che poteva estrarre da una situazione prima che si esaurisse.
Le sue mani erano macchiate di fuliggine e di sali di mercurio. Quella mattina aveva trascinato i volumi fuori dalla biblioteca, dodici viaggi su per le scale, mentre i custodi gridavano e minacciavano. Aveva goduto nel vedere le loro facce, nel sentire il potere che dava il fare qualcosa che gli altri non osavano. Non era fedeltà a Paracelso: era calcolo. Il maestro era un faro luminoso, attirava l'attenzione, creava spazio per chi sapeva stare nell'ombra accanto a lui.
Mentre le pagine di Avicenna si arricciavano e diventavano nere, Johann rise. Una risata sommessa, un grugnito che usciva dal petto senza passare per la bocca. Uno studente accanto a lui esitava, il proprio libro stretto al petto.
«Che aspetti, sciocco?» gli gridò Johann sopra il crepitio. «Vuoi curare i malati con le menzogne vecchie di mille anni, o vuoi vedere come brilla la verità?»
Lo studente — un ragazzo più ricco di lui, più istruito, più stupido — lo guardò con odio e paura. Poi gettò il libro nel fuoco e si allontanò, quasi correndo.
Johann rise di nuovo. Ma la risata gli morì in gola.
Il suo sguardo, quello che Paracelso definiva «troppo veloce per quest'epoca lenta», si era posato sulle bifore del piano superiore. Sulle sagome nere. Sulle mani che stringevano i davanzali.
Vide von Geroldseck. Vide le labbra che si muovevano in maledizioni silenziose. Vide l'odio che non era accademico, non era teatrale: era sanguinario, pratico, quello di chi ha già deciso che qualcuno deve morire.
Johann si staccò dal pilastro. Le gambe gli tremavano, ma la mente era già altrove, a calcolare. Le vie di fuga. I soldi nascosti. Le città dove Paracelso era noto e quelle dove non lo era ancora. Il maestro era un faro, sì, ma i fari attirano anche le navi nemiche.
Indietreggiò verso l'ombra del porticato. Il fuoco lo scaldava alle spalle, ma il freddo veniva da davanti, da quelle finestre, da quel futuro che aveva improvvisamente smesso di sembrare infinito.
Fu allora che lo vide.
L'uomo in velluto. La calma che non apparteneva a quel luogo, a quel giorno, a quel secolo. Lo straniero lo stava osservando — no, lo stava selezionando, con lo sguardo di chi sceglie un cavallo o un servo.
Fece un cenno. Impercettibile. Il pollice e l'indice che si toccano.
Johann si mosse instintivamente, prima che consciamente lo avesse deciso. La curiosità, più forte della paura. O forse l’utilità: se c'era un'opportunità, non poteva lasciarla a un altro.
Lo raggiunse nell'ombra più fitta, dove il porticato piegava verso le cucine dell'università. Da vicino, l'uomo emanava qualcosa di strano. Non profumo, un odore di polvere, di vecchio, di sostanze che Johann non riusciva a identificare. E la qualità dell'aria intorno a lui, come se il fumo della pira scivolasse su di lui senza attaccarsi.
«Il tuo maestro» disse lo straniero. La voce era bassa, con un accento che a Johann sembrò francese, senza però averne la certezza. Troppo antica, troppo lenta. «Ha il coraggio di un leone e la grazia di un fabbro.»
Una pausa. Lo sguardo dell'uomo si spostò verso il fuoco, dove Paracelso stava ora predicando qualcosa di nuovo, qualcosa sui sali e sulle stelle.
«Se non usa attenzione — e dubito che sappia il significato di questa parola — il fuoco che ha acceso oggi consumerà la sua carne prima che possa diffondere le sue conoscenze.»
«Chi siete?»
Johann si era sforzato di mantenere il tono irriverente, quello che usava con i più deboli. Ma le gambe gli tremavano, e lo sentiva, e sapeva che l'uomo lo percepiva.
Lo straniero non rispose. Dalle pieghe della cappa — e Johann notò solo allora che i guanti erano di un bianco immacolato, impossibile in quel fango — estrasse un involucro.
Tela grezza. Spago di canapa. Un sigillo di ceralacca, ma senza stemma, senza iniziali, senza il timbro di alcuna autorità conosciuta.
«Consegnalo a Theophrastus» mormorò, ponendo il pacchetto nelle mani di Johann.
Il ragazzo sussultò. L'oggetto era compatto, delle dimensioni di due volumi rilegati. Ma caldo. Non il calore del corpo umano: qualcosa di più profondo, quasi pulsante, come un cuore.
«È un bene immensamente prezioso» continuò lo straniero. «Più dell'oro. Più della vita stessa.» Fece una pausa, e per la prima volta qualcosa attraversò il suo volto: non un sorriso, ma una memoria. «È la chiave che lui cerca tra i fumi del mercurio. Ma che io possiedo da... secoli.»
Johann guardò il pacchetto. La tela ruvida sotto le dita. Il peso che sembrava aumentare, o forse era solo la consapevolezza di ciò che poteva contenere. Ingredienti? Formule? Il segreto della trasmutazione, quello che Paracelso inseguiva e che forse non avrebbe mai trovato?
«Cosa c'è dentro?» La voce gli uscì roca. «Perché ora? Perché a me?»
Alzò lo sguardo. Il porticato era vuoto.
Non vuoto come quando qualcuno si allontana: vuoto come se non ci fosse mai stato. Nessuna porta alle sue spalle, nessun corridoio laterale. La piazza davanti era ancora gremita, il fuoco ancora alto, le voci di Paracelso che gridavano contro Galeno. Ma dell'uomo in velluto e oro non c'era traccia.
Né rumore di passi. Né fruscio di mantello. Né — e questo Johann lo controllò subito, istintivamente — odore residuo. Polvere, fumo, sudore della folla. Nient'altro.
Restò solo nell'ombra, con il cuore che martellava nel petto e il pacchetto che pulsava tra le mani.
Fuori, il fuoco di San Giovanni ardeva ancora.
Ma qualcosa era cambiato. Johann lo sentiva, con quella rapidità di pensiero che lo distingueva. La storia che aveva immaginato per sé — l'apprendista che impara, ruba, prospera — si era incrinata. C'era qualcosa di più grande in gioco. Qualcosa che odorava di pericolo e di opportunità, mescolati in proporzioni che non sapeva ancora calcolare.
Strinse il pacchetto. Guardò verso il fuoco, dove Paracelso stava ormai bruciando gli ultimi volumi, ignaro di tutto.

Bene, fatemi sapere se posso continuare e se naturalmente interessa..
   Discussione Discussione Successiva  
 Nuova Discussione  Rispondi
 Versione Stampabile Bookmark this Topic Aggiungi Segnalibro
Vai a:
Forum Indipendente Biciclette Elettriche, Pieghevoli e Utility © 2000-06 jobike Torna all'inizio della Pagina
Questa pagina è stata generata in 0,26 secondi. Versione 3.4.06 by Modifichicci - Herniasurgery.it | Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net | Powered By: Platinum Full - Snitz Forums 2000 Version 3.4.06
Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.